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I Cure disintegrano gli anni ’80

Pubblicato: giugno 14, 2010 da joolio in Recensioni
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Rating: 5/5

di Ludovico Casaburi

Un’opera decadente: a cominciare dal titolo – Disintegration – i Cure di Robert
Smith nel 1989 presero il pop che aveva colorato tutta la decade e, appunto, lo disintegrarono, mettendo a punto probabilmente il loro migliore lavoro, entrato poi nella lista dei 500 migliori dischi di tutti i tempi del magazine Rolling Stone.

Alle tastiere venne affidato il compito di costruire un perfetto “tappeto” di suoni su cui Smith potesse costruire le sue ossessioni. Plainsong e soprattutto Pictures of
You
sono i brani con cui si dà vita alla cupa avventura. Atmosfera e suono sono sempre compatti, costanti, neanche fossimo di fronte a un concept album. I momenti più toccanti del viaggio sono l’elegante Lovesong , la devastante Prayers for Rain, la malinconica Homesick.

Ma nulla può battere il capolavoro: Lullaby , canzone che diverrà un manifesto del gruppo inglese. Una ninna nanna esteticamente folgorante, cupa ma anche stranamente rassicurante. Insomma, con Disintegration i Cure regalano un altro capolavoro, la perfetta conclusione della cosiddetta “triade gotica” completata dai precedenti Faith e Pornography. Sogno e malinconia: un modo tutto Smithiano di dire addio alla decade dell’eccesso estetico per eccellenza.

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Rating: 4/5

Bisogna per forza fare qualcosa di nuovo per scrivere, arrangiare, registrare e produrre un disco? No, a patto che si padroneggi con sapienza e furbizia la propria arte colorandola di volta in volta con diverse nuance della medesima tinta. Una regola, questa, che Jack Johnson ha fatto sua sin dalla seconda prova in studio, quel gioiellino di On And On che già faceva il verso all’esordio Brushfire Fairytales. E giunto al quinto album, uscito il primo giugno di quest’anno, il musicista-surfista-filmaker-ecologista-discografico (sua la Brushfire Records che pubblica lavori piuttosto interessanti) delle Hawaii punta ancora sulla consolidata formula che l’ha trasformato in una superstar che riempie gli stadi di tutto il mondo: canzoni semplici e gioiose, costruite sulla chitarra acustica e fatte da belle melodie e suoni densi e caldi.

To The Sea, giunto dopo lo splendido CD+DVD di En Concert che documentava la tournée europea di Jack in supporto al precedente Sleep To The Static, prosegue proprio il discorso artistico cominciato nel 2001. E proprio come in STTS anche in questo To The Sea fanno capolino le chitarre elettriche, mai usate da Johnson prima del 2008, e gli arrangiamenti della band al completo che ormai lo accompagna da quasi un decennio: il bassista Merlo Podlewski, il batterista Adam Topol e soprattutto il tastierista Zach Gill sono ormai i punti cardine del sound del singer-songwriter di Haleiwa.

I 13 pezzi contenuti nell’album appena uscito, dunque, non aggiungono e non tolgono nulla a quello che era stato detto prima dal compagno di merende di Ben Harper ma convincono dal primo all’ultimo. Jack Johnson scrive con confidenza, sa quali sono i suoi punti deboli e sa anche come mascherarli. Il primo singolo, You And Your Heart, è un chiaro esempio di come la sua arte sia perfettamente affinata: il brano viaggia leggiadro e spensierato che è un piacere mettendo a segno un ritornello che ti si scava nel cervello senza possibilità di scampo, tant’è vero che l’album è già schizzato al primo posto della classifica di Billboard con 243.00 copie vendute (di cui oltre il 50% i download), una sorta di evento considerato che nelle ultime 8 settimane si conquistava il n.1 con meno di  200.000 pezzi.

E così anche le successive To The Sea, No Good With Faces e At Or With Me hanno la forza per ammaliare l’ascoltatore che viene continuamente ripagato traccia dopo traccia. Anche Turn Your Love, la collaborazione con Paola Fuga,  donnone dalla gran voce che avevamo già apprezzato su En Concert, e canzoni più radiofoniche come The Upsetter, Red Wine, Mistakes, Mythology e Pictures Of People Taking Pictures contribuiscono a rendere To The Sea una prova più che buona. Jack, ti aspettiamo alla prossima.

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Rating: 5/5

di Ludovico Casaburi

Amanti delle “pietre rotolanti”, sveglia! Dallo scorso 18 maggio, nei migliori negozi ma anche nei peggiori è tornato il più grande disco dei Rolling Stones, quell’Exile on Main St. pubblicato originariamente nel 1972, oggi riedito in edizione deluxe (con dieci inediti) e addirittura in edizione super-deluxe (documentario di 30 minuti in DVD, vinile dell’album e libretto di 50 pagine).

Exile on Main Street, album doppio che aveva come titolo provvisorio Tropical Disease poi sostituito con quello noto, occupa la settima posizione nella classifica dei 500 migliori album di tutti i tempi della rivista Rolling Stone. Raggiunse il numero 1 sia nella classifica inglese, sia in quella Usa, rimanendovi rispettivamente per una e quattro settimane.

Il titolo del disco allude all’esilio degli Stones dalla patria Inghilterra per causa di problemi con il fisco. Exile venne infatti registrato completamente nella cantina della villa in Francia del chitarrista Keith Richards. Dall’imperdibile e famosissima Tumbling Dice, alle splendide Rocks Off, Shine a Light, Sweet Virginia, All Down the Line, Happy. Una chicca per convincervi all’acquisto: Happy fu incisa da Keith Richards insieme al produttore Jimmy Miller e al sassofonista Bobby Keys mentre Keith aspettava che gli altri Stones, in ritardo, arrivassero in studio.

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Se il 1972 è adesso

Pubblicato: maggio 31, 2010 da joolio in Recensioni
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Rating: 5/5

di Ludovico Casaburi

«Non credo che voi sappiate da dove vengo», disse Stevie Wonder ai dirigenti della Motown nel 1971. «Non credo che possiate capire». I due album che Wonder pubblicò nel 1972 – vale a dire Music Of My Mind e Talking Book – riscrissero veramente le regole della fabbrica di successi della Motown, oltre che, più in generale, quelle del rhythm and blues.

«Talking Book era pieno di introspezione e osservazioni sociali – scrive il magazine Rolling Stone che piazza l’album al numero 90 nella classifica dei 500 migliori dischi di ogni tempo – con Stevie Wonder che produceva, scriveva e suonava la maggior parte degli strumenti. Capolavori come Superstition e You Are The Sunshine Of My Life andarono al numero 1 delle hit-parade; Big Brother è pura consapevolezza politica avvolta in una melodia leggera: Avete ucciso tutti i nostri leader / Non devo neppure farvi niente / Voi manderete in rovina la vostra stessa nazione».

A poche settimane dal concerto che Stevie Wonder terrà nella suggestiva Arena di Verona – il prossimo 5 luglio, data unica in Italia – non lasciatevi scappare l’occasione di rispolverare la vostra copia di questo capolavoro, oppure (meglio ancora, beati voi!) andate e scoprite per la prima volta le meraviglie che racchiude tra le sue pagine il “libro parlante”.

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Rating: 4/5

di Ludovico Casaburi

Una sera di un paio d’anni fa, facendo zapping, ci imbattiamo in una performance live di un duo – lui, occhiali da sole, seduto alla batteria, pare il fratello minore di George Michael; lei, in piedi con il microfono in mano, una tipetta biondo-platino uscita direttamente da una discoteca degli anni ’80 – che non avevamo certamente mai visto né sentito prima. L’anchorman di turno del talk show americano di turno li presenta come The Ting Tings. Nome curioso. Ci chiediamo: ok, ma il resto del gruppo?

Parte il pezzo: batteria cadenzata, poi lui (Jules De Martino, che in un’altra vita faceva il dj) fa partire una traccia di percussioni elettroniche e suonini di accompagnamento. Dopodiché, entra in gioco lei, che di nome fa Katie White.
Il basco basso sugli occhi, timbro di voce quasi “antipatico”, movenze nevrotiche: è amore a prima vista. Questi due hanno un tiro pazzesco: sembrano i White Stripes in versione pop, suonano un accattivante e ammiccante elettro-punk danzereccio, condito da un vago retrogusto rap.

Sei mesi dopo quella sera mettiamo le mani sul primo album dei Ting Tings: We Started Nothing. Ed è di nuovo amore, stavolta a primo ascolto. Da Great Dj a That’s Not My Name (la canzone suonata nel talk show), passando per Shut Up And Let Me Go, pezzo che in questi giorni avrete sentito nella pubblicità di una nota aranciata, il primo lavoro dei due di Manchester è una festa di suoni così “catchy”, ovvero che acchiappano, che non se ne può fare a meno. Se non ce l’avete in casa, rimediate.

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The XX: lasciatevi abbracciare da un capolavoro

Pubblicato: maggio 17, 2010 da joolio in Recensioni
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Rating: 4/5

di Ludovico Casaburi

L’autunno scorso nessuno – tranne che forse qualche debosciato a sudest di Londra – aveva idea di chi fossero. Tra
qualche mese invece, a meno di un anno di distanza, saranno uno degli eventi di punta della rassegna estiva dell’Auditorium Parco della musica di Roma. Loro sono tre, sono – l’abbiamo già detto – londinesissimi, e si chiamano XX.

Proprio così, doppia x. Il loro album d’esordio, che, guarda un po’, s’intitola XX , è arrivato come una ventata d’aria fresca a rinverdire un genere, quello dell’indie-pop più asciutto e delicato, carente di cose davvero convincenti. Ebbene, in questo lavoro che, va ricordato, è stato rigorosamente autoprodotto (la casa discografica, la Young Turks, è intervenuta solo nella parte finale della produzione, a cose praticamente fatte) non c’è un pezzo sbagliato. Ogni nota è al posto giusto insomma: i ritmi dub della drum machine, quando presenti, non sono mai invasivi; i riff di chitarra e basso, assolutamente liquidi, semplici e sognanti; gli incastri di voce dei due vocalist, la 19enne Romy Madley Croft e il
bassista Oliver Sim, come un abbraccio caldo e sicuro.

Groove minimal e melodie malinconiche costruiscono un’amalgama perfetta, creando un’atmosfera intima e sensuale. Insomma, XX è un disco pazzesco, imperdibile, un disco che vi farà piangere, ridere e guidare fino all’alba solo per sentirlo ancora una volta. Sempre nuovo, ma rassicurante e familiare allo stesso tempo. Uno dei migliori album pubblicati nell’ultimo anno. Lasciatevi stupire. E se capitaste in quel di Roma il prossimo 6 luglio, ci incontreremo lì.

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Il capitalismo dei disastri, quarant’anni di esperimenti
e il mondo come lo conosciamo oggi

di Tin Geber

Cosa lega il Cile di Pinochet, l’oligarchia russa, il comunismo capitalista della Cina, le dittature asiatiche e la guerra in Iraq? Sono stati studiati a tavolino per fornire la possibilità agli economi liberisti della Scuola di Chicago, capeggiati da Milton Friedman (guru e guida spiritual-economica di una gran parte dell’èlite del potere) di fare esperimenti sull’utopica economia pura, libera da qualsiasi intervento statale, utilizzando stati di shock collettivo, spesso causati appositamente usando massicce dosi di violenza economica e fisica.

Queste sono le fondamenta del saggio di Naomi Klein che, dopo aver denudato gli intrecci politici ed economici delle corporation in No Logo, ha deciso di scovare niente meno che gli altarini di tutte le più grandi violenze inflitte all’umanità intera negli ultimi cinquant’anni in Shock Economy.

Descrivendolo così, in due parole, potrebbe sembrare una di quelle teorie di complotto che fanno al caso di debunkers professionisti come Paolo Attivissimo. Il problema è che Naomi Klein ha scritto un libro a prova di proiettile: le ricerche sui fatti sono impeccabili ed esaustive, ogni singolo dato viene corredato da fonti di ferro. Il tutto corredato da racconti raccapriccianti di persone che hanno vissuto ogni evento sulla propria pelle.

L’unico neo del lavoro  è la tendenza della scrittrice, molto familiare a noi italiani, a distinguere nettamente la destra dalla sinistra politica. Spesso il libro fa intendere che, se solo si fosse seguita la strada del socialismo democratico (dallo sviluppismo in America Latina agli sforzi sociali nelle ricostruzioni post-tsunami), gran parte dei problemi sarebbero stati evitati; giusto o meno, Klein fornisce in questo modo facili appigli per chi volesse screditare o minare i fatti, fin troppo reali, contenuti nello scritto.

Shock Economy è un libro importante, forse uno dei più importanti del nuovo millennio. Sono pochi i libri dei quali si possa dire, con assoluta certezza, che raccontano il mondo così com’è: Shock Economy è uno di essi.

Chi, dove, come e quando
Naomi Klein, Shock Doctrine (in italiano Shock Economy)
casa editrice Penguin (in Italia, Rizzoli Editore)
pubblicato nel 2007

Riferimenti
it.wikipedia.org/wiki/Shock_economy

www.naomiklein.org

www.shockdoctrine.com

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