Local Natives – Gorilla Manor

Pubblicato: febbraio 17, 2010 da joolio in Recensioni
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Rating: 4/5

di Ludovico Casaburi
«Facciamo così: ce ne andiamo a vivere tutti insieme in una casa a Silver Lake, Los Angeles, nel bel mezzo della comunità indie multietnica californiana, ci vestiamo come se dovessimo andare a pulire il giardino dalle foglie secche, e facciamo indie così ispirato che farebbe innamorare anche un coccodrillo di una gallina. E poi ci mettiamo timpano, tanto timpano. Come se non avessimo mai sentito quel suono così primordiale e rotondo. Ragazzi, ma chi canta? Siamo bene o male tutti intonati, ma non è che ci sia proprio un solista tra noi… Ce l’ho io la soluzione: Taylor (Rice, che ha dei baffoni epocali in stile Wyatt Earp, ndr) potrebbe cantare tutte le parti principali, ma noi altri non lo lasciamo mai solo. Anzi, vi dirò di più, mentre ci impegnamo in questo bell’ensemble di voci che nemmeno un tramonto sull’oceano Pacifico, ci mettiamo anche a suonare più strumenti allo stesso tempo. Poi ce li scambiamo e il risultato sarà avvolgente, caldo, stilisticamente asciutto ma poetico».

Un po’ Beach Boys, un po’ America, un po’ Arcade Fire, un po’ Fleet Foxes, un po’ Grizzly Bear e un po’ Vampire Weekend (ma assolutamente originali, genuini), i cinque Local Natives che hanno appena messo sul mercato il loro primo album, Gorilla Manor, sono, semplicemente, belli da sentire.

L’immaginifica conversazione tra i membri del gruppo californiano con cui abbiamo aperto questa recensione, seppur un po’ sopra le righe, sottolinea i principi fondamentali su cui si basa l’indie dei Local Natives: coralità folk, arrangiamenti ricchi quanto basta, ritmica a sprazzi addirittura tribale (il timpano, ragazzi, il timpano). Tanta roba. Almeno metà delle dodici tracce di Gorilla Manor sono da riascoltare ancora, ancora, e ancora. E non parliamo solo del singolo Airplanes – che deve parte della sua fama ad un’ospitata della serie americana Chuck – ma anche di Wide Eyes, di World News, della meravigliosa e trascinante Shape Shifter o anche dell’ottima versione di Warning Sign dei Talking Heads.

Insomma, Ashton Kutcher – il signor Demi Moore per intenderci – avrà anche messo lo zampino facendo conoscere i Local Natives su Twitter alla pletora di suoi seguaci, ma sta di fatto che un disco come Gorilla Manor (che per la cronaca è uscito sotto etichetta Infectious, la stessa di Ash e Garbage) è un piccolo capolavoro. Che ti fa venire voglia di cantare a squarcia gola, con la pioggia o con il sole, come un imbecille. Evviva.
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